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Diventa ciò che sei

Sono esperto di politiche del lavoro e conoscitore del mercato del lavoro, del disagio giovanile e generazionale, della complessa  strada che separa i giovani dall’accesso al loro sogno, diventare ciò che sentono, essere ciò che sono da oltre 20 anni.

Ho imparato che spesso i giovani diventano ciò che la nostra società gli consente di essere. E questo già è un successo, al netto della dignità che viene spesso parcheggiata in favore della necessità. “Diventa ciò che sei” è uno strumento di approfondimento, di esplorazione sociale e generazione che utilizzando la sfida del “sentire” cerca di conoscere al meglio l’universo giovanile ed i “peccati della meglio gioventù”. Io ne sono interprete autentico, anche attraverso un format registrato che vuole esser una buona pratica, in Basilicata, nel Paese Italia, in generale nel contesto in cui si applica il confronto ed il dialogo sul tema. Si deve pensare che al centro bisogna portare il concetto di “CREAZIONE di una JOB FACTORY,  per la  valorizzazione della VOCAZIONE dei giovani,  il talento dei normali”.

Si porta al centro il tema della vocazione, il talento dei normali, parlando di Lavoro e non di posti di Lavoro, che sono una conseguenza dello sviluppo, della meritocrazia, della produzione, ma che spesso restano legati al principio della gestione dei posti di lavoro, che è il malcostume da superare e la vera “disoccupazione” da sconfiggere.

A volte il percorso è fatto di rinunce, umiliazioni, sacrifici, periodi lunghi e  cupi di mancate promesse, illusioni o amare verità, ma al centro sempre c’è la persona, la sua mente che, aprendosi, funziona da paracadute e da volano simultaneamente. Aiutare i giovani ad esprimere la propria "vocazione", il talento dei normali.

Bisogna adoperarsi per trasformare  la cultura  della  "Fabbrica  di Posti di Lavoro" in cultura della "Fabbrica del Lavoro". Non ci sarà politica o persona che potrà darci una risposta o soluzione al nostro futuro. Forse qualcuno, per alcuni, riesce a comperare il  suo presente “facendolo illudere di un successo”, disegnandogli un futuro, un abito pieno di lustro, ma alla fine questo non vale per tutti ed è contro la meritocrazia  e nel mentre si cerca di proporsi per farsi notare da questo "comparizio ideale", oppure "sarto incantatore", il tempo trascorre facendoci passare sotto gli occhi le migliori opportunità e i migliori anni. Se, al contrario, ci ricordiamo  di noi, del valore delle cose importanti, forse con determinazione creiamo un’alternativa e il cambiamento.  Occorre dare esempi positivi ed idee, solo così si può trasmettere forza alla "vocazione" del proporsi.

Questi per me i punti di riferimento del ragionamento da intraprendere per diventare ciò che si è:

- avere delle idee, buone o cattive che siano;

- essere creativi;

- non esitare a correre dei rischi;

- non essere critici senza avere una proposta o idea per un confronto;

- proporsi.

Al centro della nostra giornata avere sempre tempo per un sogno, per la forza consapevole del racconto, per ascoltare o incuriosirsi alle storie di chi con orgoglio costruisce il suo futuro con scelte, dicendo “no” alla consuetudine e rivendicando con forza la propria vocazione, il talento della normalità. Dare “pelle all’anima”. Credo  sia  importante  riflettere  che  per creare un ”magnetismo dell’eccellenza” bisogna partire dal valorizzare le persone che restano e credono nella loro terra, aiutandole ad esprimersi.

Così prenderà forma la vocazione, la propria “pelle dell’anima”. Il “magnetismo  delle  eccellenze”  attrarrà o  fermerà  nella  propria  terra ”i  talenti”  ed il loro impegno creerà una opportunità per “i normali” le tante persone, cittadini, giovani o meno, che vivono la  quotidianità  nella loro terra e vogliono con determinazione essere, sentirsi vivi e contribuire con il loro agire, normale, il saper fare che è nella caratteristica di una persona di buona volontà, crescere professionalmente e fare in modo che anche grazie al loro impegno ci sia un futuro. Quante sono le occasioni in cui si pensa ai normali e si parla di “talenti e  normali” come eccellenza di un territorio,perché la loro armonia crea la ricchezza.

A tal proposito ben si presta l’insegnamento dello sport, dove un team vincente può essere costruito intorno ad un talento (che spesso poi viene assorbito dalla globalità degli interessi e dal mercato delle società sportive) oppure essere  costruito  con degli atleti volenterosi e dotati di alcune caratteristiche fisiche e tattiche che consentono all’allenatore di creare  un team vincente. A questi atleti una cosa li rende unici: la vocazione ed il legame con la loro identità, ovvero la squadra per cui indossano la casacca. Questo significa sentire la vocazione, essere protagonisti di un successo per la propria terra, il senso dell’impegno e perché a voce alta sostengo che sono  “i normali”, quelli che avranno la capacità di interpretare con talento il futuro. Si può davvero essere così semplificativi nell’immaginare che il mondo globale non sia così veloce, rapido  nell’assorbire i talenti, “globalizzarli”, adottandoli e trasformando il proprio progetto di vita, che significa spesso allontanarli dalle proprie radici?

“Diventa ciò che sei” è  uno specchio  che riflette  impietosamente  il  rapporto dell’universo giovanile, dei cittadini con il futuro. Non si deve vivere con l’ansia di cosa sarà, ma con la determinazione di vivere ciò che oggi è. Impegnarsi sul futuro significa pensare a quello dei propri figli, ovvero costruire le condizioni a che si crei uno stile di vita che sostenga un mercato del lavoro fatto da persone che diano valore alle cose importanti della vita.

Questi valori saranno la guida per aiutarli a concorrere per costruire il loro futuro, che è strettamente collegato al nostro impegno nel presente.  “Carissimo/a me”, potrebbe essere l’inizio della lettera ideale a se stessi,  sì proprio così, immaginare di scriversi per parlare con se stessi,con la propria coscienza,  perché si pensa a noi. Si è consapevoli  che dal futuro delle presenti generazioni dipende anche quello delle prossime, ovvero quelle dei nostri figli.

Ci appartiene  oltre ogni semplificazione sociale o slogan, tanto da ritenerlo importante, un  bene comune. Ecco perché parlare del presente, sapendo  che significa fare il futuro, poi non è altro che un’orgogliosa rivendicazione  di una “sorte migliore”, pur non dando al destino tutte le responsabilità  del caso. Tutti siamo consapevoli di un principio comune: la disinformazione è la prima responsabile della disoccupazione, almeno  di quella mentale che non è collegata allo “spread” o all’economia, ma alla  persona. Nel sogno ideale di scriversi ed immaginarsi, ben si presta la seguente metafora. Immaginiamoci di essere diventati una donna o di essere un uomo in  carriera.  Non ci manca nulla, si ha serenità negli affetti, eleganza, denaro e  potere. Immaginiamoci ancora che, ad esempio in questa casistica, il giorno del nostro ideale cinquantesimo compleanno,  ci venga recapitata una lettera che abbiamo indirizzato a noi stessi,  quando, al contrario, siamo alla ricerca della nostra autentica dimensione.

La lettera,  spedita a noi stessi per assicurarti un promemoria sulle  priorità della vita quando, avanzando con l’età, la ragione si sarebbe persa  confusamente per strada.  Potresti, però, anche scriverti  una lettera per  raccontarti cosa saresti voluto essere nell’età della ragione e parlare delle tue esperienze per farle diventare testimonianza per il  futuro. Scoprirai, se ci rifletti, che qualcosa mancherebbe a quella persona  affermata, delusa o serena nell’età che hai. Pensare a se stessi oggi e proiettarsi nel passato o nel futuro può provocare un gradito  effetto sorpresa. Idealizzare il proprio futuro o rileggerlo nel passato, è l’agire che porta a guardarsi dentro, idealizzare la propria anima come se  fosse una valigetta cartonata della misura di un giocattolo, che si crede non possa contenere che poco o nulla e invece risulta piena di tante cose, quelle vere, che fanno la storia della nostra vita. Pensarsi protagonista in  una società dell’apparenza, vivere nel mito del denaro (perché lo si ha o lo  si vorrebbe) come una metafora, è la vera e manifesta chiave di lettura per  impegnarsi sin da ora nel cercare di ascoltare la propria vocazione, quella  che ci grida “Diventa ciò che sei” e abbandonare l’illusione delle cose effimere.

È questo l’augurio che ognuno fa a se stesso, nella sua ideale lettera, ma  è anche uno degli aforismi di Oscar Wilde, quello “Dove un sogno deve sempre essere Grande”, per non perderlo mai di vista mentre si cerca di raggiungerlo.  Se poi non si riesce a realizzarlo?

Qui entra in gioco la propria preparazione che porta a comprendere fin dove occorre ascoltare la voce che ci dice di guardare solo alla nostra  vocazione primaria e dove invece occorre mettere in gioco una proposta  alternativa, ma sempre frutto di un percorso.

Ecco perché bisogna partecipare, incuriosirsi, informarsi, essere attenti  alla scelta e alle opportunità, al fine di fare della “vocazione” l’agire verso  il futuro, anche se non si riesce a dargli forma e concretezza, perchè la vocazione non è presunta, ma manifesta e sempre da educare, coltivare ed alimentare.

“Diventa cio che sei” non intende fornire facili suggerimenti. Al centro è sempre messa la persona.

Riuscire a scalfire quel senso di onnipotenza che spesso rende, nell’idealità della gente, tutto “possibile e lecito a prescindere”; rendere tutti consapevoli che spesso un comportamento scorretto può condurre a conseguenze inimmaginabili e che gravano su molte generazioni; informare, avviare una profonda opera di sensibilizzazione, in definitiva, porta a generare un momento di crescita e di profonda riflessione, di cui il nostro tempo ha bisogno per creare quella condizione necessaria per un nuovo inizio. Solo così si potrà consentire alle nuove generazioni di diventare ciò che sono ed alla generazione attuale di riscoprirsi e farsi conoscere per ciò che vale.

scritto da Enrico Sodano

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