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Era il 19 marzo del 2002 quando fu ucciso il giuslavorista Marco Biagi.

Il ricordo e la commemorazione diventa sempre occasione per riprendere la sua sfida ed interrogarsi sulla sua morte. Ma la sua eredità vera, che molti trascurano perché ancora oggi è difficile accettare l’idea che dietro una crisi ci sono interessi che vanno tutelati. Figuriamoci se qualcuno vuole riformare il Mercato del Lavoro, portando la proposta e la soluzione al centro del tema, modificando quindi la crisi in percorso per uscire dal tunnel, arredandolo. Ovvero aiutando le generazioni a percorrere il tunnel.

Invece, se la crisi resta piena di consuetudini, piccole convenienze e garanzie sociali, i deboli restano sempre meno competitivi ed ai margini; gli audaci sfruttano il welfare sociale e familiare per ottenere degli ammortizzatori che di sociale hanno poco e al contrario creano posizioni di rendita che sono sacche di povertà e di esclusione equivalenti che controbilanciano proprio le politiche attive e passive mal riposte. La Riforma di Marco Biagi si proponeva di uscire dal tunnel, arredandolo. Si è preferito piuttosto che vedere la luce di spegnerla.

Questo perché nel tempo di oggi, come anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato, diritto, diritti e politiche rappresentano un terreno di confronto particolarmente vulnerabile e importante per una prospettiva di crescita delle generazioni, in un mondo globale ricco di trasformazioni e rapidi cambiamenti.

Ogni cambiamento ha bisogno di risposte , proposte e soluzioni, atti  a salvaguardare equità, giustizia, competitività e sviluppo economico. Pensare alla libertà, come possibilità di esprimersi, di ricercare ed innovare, di contrapporre in modo armonico interessi e ed idee, sempre con il fine unico di favorire efficacia delle soluzioni e misure, proposte ed inclusione conseguente. Questa era la visione di Marco Biagi, che poi si è trasformato in insegnamento.

La domanda è allora: per chi? Per i decisori è difficile riuscire a ritrovarsi, almeno vedendo il panorama delle misure proposte e delle scelte nel frattempo fatte dai vari governi. Eppure la commemorazione resta sempre un tempo utile a ricordare e rinnovarlo questo insegnamento. In realtà Marco Biagi era uno che aveva il coraggio di portare avanti le sue idee e lavorare fianco a fianco con quelli che poi erano i suoi “nemici”. Imponendo il ragionamento e la sua autorevolezza, la sua permeabilità verso le generazioni ed il cambiamento. Una forza intellettuale, quella di Marco Biagi, che le istituzioni hanno utilizzato come scudo per esplorare il complesso mondo del lavoro e dell’occupazione, preoccupandosi più di come “sostituirlo”, piuttosto che “lucidarlo”.

Era uno scudo pieno di risorse, sorprese e intuizioni. Questa la metafora che si potrebbe utilizzare per parlare in modo generazionale di Marco Biagi. Un Advengers del paese dei sognatori, che smuovendo il terreno della contrattazione e delle tutele da estendere ai lavoratori ed alle generazioni, in un mercato sempre più flessibile, aveva intuito la visione e la prospettiva del successivo decennio. Parlare di Marco Biagi, significa ricordare alle generazioni che per uscire fuori dal tunnel bisogna avere il coraggio di percorrerlo, vivendo bene il percorso, quindi arredandolo, costruendo così una strada utile a far conseguire alle generazioni un accompagnamento al lavoro, ai lavoratori diritti e regole, alla democrazia la soddisfazione di potersi sentire a casa, sempre nel paese dei sognatori. Perché l’Italia è un paese di sognatori, che spesso l’incapacità dei decisori trasforma in un paese illusionario.

Questo l’inganno da sconfiggere e la sfida da vincere. Solo così l’Italia sarà un Paese per giovani, vecchi, cittadini, capace di integrare, esser equo e con una fervida competitività.

scritto da Enrico Sodano

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